Cedrus Libani: Riflessioni su Cura  e Politiche di Supporto

di Olivia Berkowicz 

 

 

Da qualche parte ho letto che ciascuno su questo pianeta è separato solo da altre sei persone. Sei gradi di separazione. Tra noi e tutti gli altri su questo pianeta. Il presidente degli Stati Uniti. Un gondoliere a Venezia. Inserisci i nomi. [...] Come ogni persona sia una nuova porta, che si apre in altri mondi. Sei gradi di separazione tra me e tutti gli altri su questo pianeta. 

 

          John Guare, Six Degrees of Separation [Sei

          Gradi di Separazione], 1990.

 

 

Ferrara Residency è iniziata con una catena di inviti. Passo dopo passo, il progetto lentamente si è espanso nel corso di due anni da dialogo a conversazione, da una premura ad un punto di partenza. L’idea di organizzare una residenza per artisti nella città italiana di Ferrara è nata dal senso di frustrazione e ansia che accompagnano le condizioni materiali del vivere in una megalopoli frenetica come Londra. Il secondo motivo era la necessità di riunirsi e riconnettersi con amici e colleghi, nonostante le separazioni geografiche. Ferrara è emersa come terza ragione, un luogo a metà; un posto che potesse ospitare temporaneamente una residenza artistica, dove avere il tempo e la concentrazione necessari per discutere il ruolo dell’artista e del curatore nelle società post-fordiste, che pretendono sempre maggiore partecipazione emotiva nella lotteria di opportunità che Arte e Società rappresentano. Forse c’è una relazione tra la parola svedese hasardspel, gioco d’azzardo, etimologicamente derivante dal francese hasard, che significa possibilità o coincidenza, e l’eco invece della parola inglese hazard, che significa invece rischio, o perfino pericolo. Allora forse non è una coincidenza che Ferrara si trovi non lontano dal luogo di nascita del primo e più rinomato Casinò europeo, chiamato Il Ridotto, cioè Venezia [1].

 

Si dice spesso che l’artista contemporaneo è il lavoratore post-fordista per eccellenza: per paura di “perdere il gioco”, è sempre flessibile, disponibile e pronto a correre rischi. Temi come resistenza e cura compaiono in questo contesto; come può Ferrara Residency diventare luogo di riflessione e self-care intesi come modalità di resistenza ad un crescente senso di precarietà? Come possiamo noi diventare un cantiere del pensiero e dell’azione collettiva? Del “partecipare” o del “tirarsi fuori”? E soprattutto – esiste questa possibilità di azione?

 

Il principio dei sei gradi di separazione fu inizialmente introdotto dall’autore ebreo Frigyes Karinthy, che nel 1929 pubblicò il testo Everything is different [Tutto è diverso], una collezione di brevi racconti che ha reso popolare lo stesso concetto [2]. L’idea era chiara: a causa dell’aumento di velocità con cui si sarebbero sviluppate le tecnologie di comunicazione e di viaggio, il mondo moderno si sarebbe ‘ristretto’ [3]. Alquanto influente per l’espansione di quelle che diventarono poi le teorie di rete, Karinthy aveva previsto che il restringimento del mondo avrebbe aumentato l’interconnessione tra gli esseri umani; la distanza sociale sarebbe diminuita nonostante il dislocamento geografico. Paradossale dunque pensare che lo stesso stimolo utopico dietro alla sua teoria sulle reti sociali (social-network) sia proprio ciò che muove il fenomeno della globalizzazione e la possibilità dell’esistenza stessa di condizioni lavorative post-fordiste che sorreggono un capitalismo globalizzato e di rete.

 

Mai nero o bianco, anche Ferrara Residency vacilla sul suo paradossale limite: la logica dietro agli inviti fatti ai partecipanti al progetto si è basata sul principio dei sei gradi di separazione. Uno dei fondatori del progetto ha invitato un artista, che a sua volta ha invitato un altro artista, e cosi via. Prima di iniziare la residenza, abbiamo creato la Biblioteca di Ferrara Residency – anche questa operava in modo simile: ogni partecipante ha portato o consigliato un testo, opera d’arte o progetto, che sarebbe poi diventato parte della biblioteca condivisa. Abbiamo voluto che anche la catena d’inviti per la residenza fosse di per sé un atto di cura che non alimentasse le logiche sfruttatrici di bandi aperti, moduli di domanda ed infiniti rifiuti.

Con questo testo vorrei dare un’idea del retroscena di Ferrara Residency, in modo da contestualizzare questa prima esperienza del progetto. 

Questo breve saggio punta a riflettere dunque sulle tematiche riguardanti cura e lavoro all’interno di una prospettiva di capitalismo di rete, e come alcuni dei partecipanti hanno risposto a queste tematiche in relazione al panorama cittadino di Ferrara. Invitando gli artisti, non abbiamo specificato cosa avremmo loro richiesto durante il periodo di residenza; l’idea di produrre un lavoro artistico non era un prerequisito obbligatorio, e nemmeno la richiesta di contribuire dal punto di vista materiale, ma solamente la voglia di farsi coinvolgere attivamente in conversazioni, riunioni e incontri. Tuttavia, nel contesto delle politiche di cura e del lavoro astratto, l’impegno sociale ed il coinvolgimento emotivo della funzione artistica costituiscono già  una forma di lavoro.

 

Come già menzionato nell’introduzione, Ferrara Residency è un’infrastruttura che, all’interno del suo stesso sistema, funziona secondo quelle stesse logiche che noi miriamo anche a criticare. Trasversalmente, la nozione di cura, che era il tema di quest’anno, sta ad indicare anche il concetto di supporto, che contiene in sè un certo tipo di relazioni di potere contraddittorie. È importante dichiarare qui che la prima edizione di Ferrara Residency è stata di fatto l’edizione 0, cioè a budget zero. Il progetto è stato reso possibile grazie al lavoro volontario di organizzatrici ed artisti, e grazie alle famiglie e agli amici delle stesse organizzatrici a Ferrara.  Senza il loro tempo, energia e lavoro dedicati al progetto, nulla sarebbe potuto accadere.

 

Entrando al Parco Massari, ci si trova accolti da entrambi i lati dell’entrata di via Porta Mare da due enormi Cedrus Libani – comunemente conosciuti come cedri del Libano. Il giardino fu concepito nel 1780 dall’architetto ferrarese Luigi Bertelli per il marchese Camillo Bevilacqua; al suo interno, molti degli alberi presenti hanno più di un secolo, ad eccezione dei due all’entrata. Ad ogni modo, quello che mi ha colpita man mano percorrevo il giardino in direzione Gate/Porta (ovvero la Porta degli Angeli, uno dei luoghi della mostra di Ferrara Residency), erano le enormi impalcature che reggevano i rami tentacolari di questi cedri. Emergendo come ragni disgiunti, i rami si librano nell’aria in stato di stasi: un momento di sospensione. In uno dei libri della biblioteca di Ferrara Residency, l’artista Celine Condorelli parla di strutture di supporto in riferimento al ponteggio ideato per sostenere l’architettura fatiscente di Milo, comune alle pendici dell’Etna. Il verbo puntellare, spiega l’autrice, indica l’azione di sorreggere o dare supporto a qualcosa [4]. Investigando il concetto di cura, ho visto in queste strutture di supporto qualcosa di analogo a ciò che io considero ‘politiche di cura’.  Attingendo da questi pensieri, Condorelli sostiene che queste strutture di supporto mantengano uno status quo. Nel suo testo, scrive “L’impalcatura sostiene e opera al fine di evitare, o almeno ritardare, un processo di fallimento e collasso” [5]. In relazione alle politiche di cura, scopriamo che l’atto del prendersi cura di qualcosa o qualcuno, tende proprio ad essere complice del mantenimento di una situazione, sostenendola e nutrendola; ma se le pratiche di cura venissero revocate o annullate, le strutture di supporto crollerebbero a terra come nel gioco degli sciangai. Le strutture di supporto, aggiunge Condorelli, “allungano il momento di crisi fino al presente, come un tangibile, indesiderato compagno della città” [6]. Riecheggiando le parole dell’artista in residenza George Jepson, e del suo lavoro Either Native or Naturalized [Nativo o Naturalizzato], trovo una sorprendente somiglianza tra la sua interpretazione della fortificazione rinascimentale di Ferrara e la tesi della Condorelli. L’infrastruttura delle mura fortificate della città mantiene e riproduce le strutture di supporto necessarie alle condizioni di vita all’interno della città stessa. Jepson fa notare la logica implicita al mantenimento di un costante stato di crisi; le mura della città, suggerisce il suo lavoro, “inducono a pensare ad uno stato di assedio costante”, e simultaneamente “anticipano le guerre future” [7]. Supporto quindi inteso come la quotidianità dell’esistere in stretto contatto con l’anticipazione di un collasso a venire. La pratica della cura, io penso, funziona allo stesso modo: finché ci si prende cura di qualcosa, lo status quo esiste e viene mantenuto grazie alla virtù e al lavoro di chi si prende cura.

 

Un secondo e ultimo aspetto facente parte dell’infrastruttura paradossale della cura, è l’idea che cura e sostegno siano spesso una questione di genere [8]. Il concetto di cura, in particolare legato alle pratiche del lavoro di cura, è stato affrontato durante il periodo di residenza attraverso il lavoro di vari filosofi, come Silvia Federici e Nina Power.  Molti degli artisti partecipanti hanno sollevato il problema della cura come estrazione di affetto ed energia tramite condizioni lavorative patriarcali e neoliberali di produzione merci. Prenderò come esempi due artiste di Ferrara Residency che hanno esplorato quest’idea, anche se ci tengo a dire che ve ne sono molti di più di quanto questo testo possa citarne. L’artista e curatrice Marianna Feher ha passato un mese intero a Ferrara investigando le politiche di genere del palazzo rinascimentale Schifanoia, che si trova nel castrum bizantino della città. Marianna Feher ha presentato la ricerca sul ruolo delle donne e sulla storia di Palazzo Schifanoia (costruito nel XIV secolo) attraverso la sua performance Schivar-La-Noia And Its Double [Schivar la Noia ed il Suo Doppio]. Il suo lavoro esplora come il capitalismo sia basato sulla separazione delle sfere pubblico/privato, produttivo/non produttivo, sfruttando il lavoro affettivo delle donne; quest’ultimo concetto viene sviluppato nella performance in cui Marianna offre, a tutti coloro che le porgono visita, uno alla volta, una serie di servizi diversi. Qui, la separazione tra strutture fisiche e lavoro affettivo delle donne è importante perché presentato sia come una delle fondamentali strutture di supporto dell’economia capitalista, ma anche, Feher ci tiene a puntualizzare, un modo per prevenire la noia; una forma di sospensione e stasi.

 

Infine, il duo formato dalle artiste Sandi Francis-Hudson e Athene Greig, che hanno collaborativamente creato il lavoro Every Day, Now [Tutti i giorni, adesso]. Nel film, come spettatori, vediamo Antonella Notarnicola preparare la pizza al Mordi & Fuggi, la pizzeria di famiglia. L’accurata manodopera è evidente osservando le mani di Antonella che prepara i componenti della pizza: impasto, salsa di pomodoro, condimenti. Con una tecnica drammaturgica che mi ricorda quella di Nicolas Winding Refn nel film Bleeder (1999), il lavoro è accompagnato dalla fragilità della sottofondo sonoro dei canti gregoriani delle suore registrati al monastero di Sant’Antonio in Polesine. La giustapposizione della colonna sonora sacrale con la consapevolezza dei gesti abituali ed esperti di Antonella, permea il lavoro manuale di nuovi significati. Rifiutando la semplicistica valutazione del lavoro femminile come prosaico, Hudson-Francis e Greig pongono l’accento sulla quantità di cura e abilità che entrano in gioco nell’atto di preparazione della pizza. Le condizioni del lavoro affettivo sono spiccatamente evidenti nel film Every Day, Now, dove il rosso saturo dei pomodori e le pareti fluorescenti color guscio d’uovo, riportano nuovamente la mia mente ai colori di sfondo di Bleeder, fornendo il necessario contrasto per riflettere sulle implicazioni di ansia e vulnerabilità delle politiche di cura.

 

Per concludere, gli artisti che hanno partecipato alla prima edizione di Ferrara Residency hanno trovato miriadi di modalità di esplorare e connettersi con le politiche di cura e le infrastrutture di supporto. Il contesto della città di Ferrara  si è confermato come luogo munifico per riflettere sulla separazione tra la sfera pubblica e quella privata, e su come la distribuzione delle relazioni di potere possa essere negoziata all’interno di queste. Attraverso la lente del tema di quest’anno Who Cares? [Chi se ne cura?], abbiamo scoperto modi per immaginare, discutere e rappresentare come la pratica della cura possa coreografare corpi, infrastrutture e politiche attraverso la sua duplice natura da Giano bifronte. Il supporto di Ferrara come base materiale e affettiva sarà nuovamente esplorato nella prossima edizione della residenza. Al di là delle difficoltà e delle ansie con cui ci interfacciamo nell’odierno clima politico, dove il presidente degli Stati Uniti d’America potrebbe essere vicino a noi tanto quanto un gondoliere a Venezia, continueremo a lavorare affinché Ferrara Residency accada. Io dico: giochiamo le nostre carte e vediamo cosa ne scaturisce.

 

 

 

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[1] Bjørn Thomassen, Liminality and the Modern: Living Through the In-Between (New York;US: Routledge, 2016), 159-160.

[2] Frigyes Karinthy, “Chain-Links” in Everything is Different (1929). Accessed February 9, 2018: https://djjr-courses.wdfiles.com/local--files/soc180%3Akarinthy-chain-links/Karinthy-Chain-Links_1929.pdf

[3] Karinthy, “Chain-Links”, 1.

[4] Maaike Lauwaert and Francien van Westrenen, “Exergue,” in Facing Value: Radical Perspectives from the Arts (Amsterdam: Valiz, 2017), 397.

[5] Lauwaert and van Westrenen. “Exergue,”  398.

[6] Ibid., 397.

[7] George Jepson, Either Native or Naturalized, (2017).

[8] Una questione non solo di genere, ma anche razializzata. Questo aspetto non viene approfondito qui, ma è necessario ricordalo.

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Cedrus Libani: A Reflection on Care and the Politics of Support

by Olivia Berkowicz

 

 

I read somewhere that everybody on this planet is separated by only six other people. Six degrees of separation. Between us and everybody else on this planet. The president of the United States. A gondolier in Venice. Fill in the names. [...] How every person is a new door, opening up into other worlds. Six degrees of separation between me and everyone else on this planet.

 

    John Guare, Six Degrees of   

    Separation (New York: Dramatist Play

    Service,1990), 45.

 

 

Ferrara Residency began with a trail of invitations. One by one, the project slowly expanded over the course of two years from a dialogue to a conversation; from a concern to a point of departure. The conception of organising an artist residency in the Italian city Ferrara was born out of anxiety and frustration over the material conditions of living in the fast-paced megalopolis that is London. And secondly, the need to assemble and reconnect friends and colleagues despite geographical separation. Ferrara emerged as the third place, somewhere in between; a temporary site where we could host an artist residency where we would have the time and focus to discuss the role of artists and curators within post-Fordist societies, which demand ever-greater emotional stakes in the game of chance which is art and society. Maybe there is a connection between the Swedish term for gambling hasardspel, which derives its etymology from the French word hasard, meaning chance or coincidence. In English hasard reminds us rather of hazard - signifying risk, even danger. Maybe it is no coincidence then, that Ferrara is situated close to the European birthplace of the first-known casino, namely Il Ridotto in Venice [1].

 

It is often said that the contemporary artist is the post-Fordist worker par excellence: always flexible, available, and ready to put herself at risk for fear of losing out in the game. The question of resistance and care arose within this context; how Ferrara Residency could become a place for reflecting on self-care as a mode of resistance to an increasing sense of precarity. How could we become a site for collective thoughts and actions? Of opting in or dropping out? Or - is there even a possibility for action?

 

The notion of six degrees of separation was first introduced by the Jewish-Hungarian author Frigyes Karinthy, who in 1929 published the text Everything is Different, a collection of short stories which would come to popularise the notion of six degrees of separation [2]. The idea was straight-forward; due to the increasing speed of technologies of communications and travel, the modern world would “shrink”. Highly influential for later developments in network theories, Karinthy predicted that the contraction of the world would increase the interconnectedness of living beings; social distance would decrease despite geographical displacement. Paradoxical then, is that the same utopian drive behind his social network theory is also what propels globalization and the very possibilities of the post-Fordist labour conditions which underpin globalized networked capitalism.

 

Never black or white, Ferrara Residency also teeters on this paradoxical edge: the logic behind the participant invitations to the project were also based on six degrees of separation. One of the project founders invited one artist who in turn invited another artist… Before the residency we also founded the Ferrara Residency Library - this functioned in the very same way, every participant brought or suggested a text, art work or project which later came to be part of the library. We reasoned that a chain of invitations to the residency was an act of care, of not feeding into the art system’s exploitative matrix of open calls, application processes and never-ending rejections. 

 

 

With this text, I would like to give a background and contextualisation of the first iteration of Ferrara Residency. This short essay aims to reflect on the themes around care and labour under networked capitalism, and how some of the participating artists responded to these questions in relation to the cityscape of Ferrara. Inviting the artists, we didn’t specify what we would like them to do during the residency; there was no prerequisite to produce any new work, or even to contribute in any material way, except a willingness to socially engage in conversations and meetings. However, within the framework of the politics of care and abstract work, the social and emotional engagement of the artists functions is a form of labour, indeed. 

 

As already mentioned in the introduction, Ferrara Residency is an infrastructure which within its very own system, functions according to those very forces we also aim to criticise. Transversally, the notion of care which was this year’s theme, represents support, yet also internalises a certain set of contradictory power relations. Important to express here, is the fact that Ferrara Residency edition 1, is actually edizione 0: meaning zero budget. The project was made possible by the free labour of the organisers and artists, the organisers’ friends and families in Ferrara. Without their time, energy and labour put towards the project, it would not have been possible. 

 

When entering the public park Parco Massari in Ferrara, one is greeted on either side of its entrance on Corso Porta Mare by two enormous Cedrus Libani  - commonly known as cedars of Lebanon. The park was conceived of in 1780 by the Ferrara-born architect Luigi Bertelli for the Marquise Camillo Bevilacqua. Many of the trees in the park are more than a century old, except for the two cedars of Lebanon at the entrance. However, what struck me about them, as I crossed the park on my way to exhibition venue Gate/Porta, were the enormous scaffolding structures which were holding up the sprawling branches of these cedars. Emerging as disjointed spiders, the branches hover in a state of stasis; a moment of suspension. In one of the books brought to Ferrara Residency, the artist Celine Condorelli writes about support structures in relation to the scaffolding devised to support the crumbling architecture of Milo in the face of Etna’s volcanic activities. The verb puntellare, she explains - signifies the act of propping up or supporting something [4]. Exploring the notion of care, I saw in these support structures something akin to what I consider to be the politics of care. Drawing on these thoughts, Condorelli maintains that these support structures uphold a status quo. In her text, she writes that  “[t]he scaffolding props up and works to avoid or at least to delay the process of failure and collapse” [5]. In comparison to the politics of care, we find that caring for something or someone, it maintains a situation, upholding and nurturing; but if one revokes the practice of care, the support structures tumble to the ground like a game of spillikins. The support structures, Condorelli adds, “[s]tretches the moment of crisis to our present, as a tangible, unwelcome companion to the city” [6] . Echoing the work of the residency participant George Jepson and his work Either Native or Naturalized, I find a striking resemblance between his reading of Ferrara’s Renaissance fortifications and Condorelli’s thesis. The infrastructure of the fortress maintains and reproduces the support structures necessary for the conditions of life within the city itself. However, Jepson also makes the vital point that the implicit logic of maintaining a constant state of crisis; the citadel, the work suggests, “induces a state of constant siege” while also it “anticipates wars to come” [7].Support, then, is the day-to-day life of existing in close proximity to the anticipation of a collapse to come. The practice of care, I argue, functions in accordance; as long as one cares for something - the status quo remains by the virtue and labour of the caregiver. 

 

A second, and final aspect, which forms the paradoxical infrastructure of care, is the notion that care and support is oftentimes gendered [8]. Care, and in particular the practice of care work, was brought up throughout the residency through the work of many philosophers, such as Silvia Federici and Nina Power. Several of the artists at Ferrara Residency brought up the question of care as the extraction of affect and energy through commodity-producing patriarchy and neoliberal labour conditions. I will bring up two examples here of artists at Ferrara Residency who investigated this, although I am keen to mention that there were many more examples than this text allows for. The artist and curator Marianna Feher spent a month in Ferrara investigating the gendered politics of the Renaissance building Palazzo Schifanoia in the Byzantine castrum. Erected in the 14th Century, Marianna Feher researched the role of women in Palazzo Schifanoia and its history through her performance Schivar-La-Noia And Its Double. Her work focused on how capitalism is predicated on the forced separation of spheres, public/private, productive/non-productive, and extraction of affective labor from women, which was developed in her work as a performance in which she provided a set list of one-on-one services to those who visited her work. Here, the separation of physical structures and women’s affective labor is importantly one of the fundamental support structures of capitalist economy, but also, Feher points out, the staving off of boredom; a form of stasis.

Lastly, the artist duo Sandi Francis-Hudson and Athene Greig collaboratively filmed the work Every Day, Now. In the film, we as the viewers, see Antonella Notarnicola making pizza at the family-run restaurant Mordi&Fuggi in Ferrara. The painstaking handcraft is evident in observing her hands in preparing the components of pizza: dough, tomato sauce, toppings. Using a dramaturgical technique which reminds me of Nicolas Winding Refn’s film Bleeder from 1999, the work is accompanied by the recorded frailty of the Gregorian chants of nuns in the Monastery of Sant’Antonio in Polesine. The juxtaposition of the sacral soundtrack with habitualised gestures of labour, imbues the handiwork with renewed significance. Refusing the simplistic valorization of female work as prosaic, Hudson-Francis and Greig point out the amount of care and skill which goes into the makings of pizza. The conditions of affective labour are pronounced in Every Day, Now, where the saturated tomato-reds and fluorescent eggshell walls draw my mind yet again to the colourscape of Bleeder, providing the much needed foil for reflecting on the implications of anxiety and vulnerability with the politics of care. 

 

In conclusion, the participating artists in the first edition of Ferrara Residency found a myriad ways of investigating and engaging with the politics of care and infrastructures of support. The framework of Ferrara as a city proved to be a bountiful site for thinking about the separation between public and private spheres, and how the distribution of power relations can be negotiated within this. Through the lense of this year’s theme Who Cares?, we found ways to imagine, discuss and depict how the practice of care choreographs bodies, infrastructure and politics through its Janus-like nature. The support of Ferrara as a material base and affective set of relations will come to be further explored in the coming edition of the residency. Despite the difficulties and anxieties we face in the current political climate, where the president of the United States may be as close to us as a gondolier in Venice, we will continue the work of Ferrara Residency. I say: let’s put our cards on the table, and let the chips fall as they may.

 

 

 

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[1] Bjørn Thomassen, Liminality and the Modern: Living Through the In-Between (New York;US: Routledge, 2016), 159-160.

[2] Frigyes Karinthy, “Chain-Links” in Everything is Different (1929). Accessed February 9, 2018: https://djjr-courses.wdfiles.com/local--files/soc180%3Akarinthy-chain-links/Karinthy-Chain-Links_1929.pdf

[3] Karinthy, “Chain-Links”, 1.

[4] Maaike Lauwaert and Francien van Westrenen, “Exergue,” in Facing Value: Radical Perspectives from the Arts (Amsterdam: Valiz, 2017), 397.

[5] Lauwaert and van Westrenen. “Exergue,”  398.

[6] Ibid., 397.

[7] George Jepson, Either Native or Naturalized, (2017).

[8] Not only is care work gendered, it is also racialized. This aspect is not covered here, but needs to be maintained.

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Ferrara, 44121, Italy

C.F. 93093760382

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